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PUERTORICO: L'ENIGMA SALSERO
di Enzo Conte

Puerto Rico è un’isola che sprigiona un fascino enigmatico. Non è la classica isola caraibica che teniamo custodita nel nostro immaginario collettivo, ma non è neppure quella colonia americana che qualcuno frettolosamente vorrebbe liquidare. E’ un’isola che ha molte anime, che bisogna conoscere attentamente per riuscire ad apprezzarla nella sua complessità. Sono molti oggi gli italiani a sentirla vicina, forse perché è in fondo un’isola molto creola. Ovvero una riuscita miscela tra l’elemento europeo e quello africano che ha saputo dare vita col tempo ad una cultura “autoctona” che sicuramente nella musica e nel ballo ha ottenuto i suoi migliori risultati.

La presenza della salsa a volte non sembra nemmeno così forte e poi ti ritrovi in uno stadio con più di centomila persone entusiaste, impegnate ad acclamare idoli locali come El Gran Combo, Tommy Olivencia, La Sonora Poncena, Roberto Roena, Willie Rosario, Bobby Valentin.

La presenza del folclore di origine africana, sembra quasi inesistente e poi ti ritrovi in una piazza gremita di gente ad assistere al “Dia Nacional de la Bomba”, oppure per le strade della cittadina di Loiza a festeggiare, con indosso una maschera tradizionale, il loro Carnevale.

E’ un popolo in apparenza riservato. Inizialmente sono piuttosto schivi, quasi sospettosi, un po’ come i nostri siciliani (almeno quelli dell’interno). Ma è un popolo che quando ti conosce bene, dimostra al contrario di essere un fiume in piena, “caliente”, appassionato, amante del “bochinche” (il pettegolezzo) come tutti i popoli latini.

Un popolo pieno di contraddizioni. Un popolo che sembra facilmente preda alla colonizzazione americana, che dà alle volte l’impressione di “disprezzare” tutto ciò che appartiene alla propria cultura, ma che poi esplode in un incontenibile sentimento patriottico ogni volta che qualcuno cerca di mettere in discussione la sua identità boricua.

E’ inutile chiedersi se siano latini o americani. Loro sono: portoricani! O meglio dire sono “biculturali”: la fusione di due culture così diverse che hanno dato vita nel cuore del Caribe, a un prodotto assolutamente nuovo ed originale. Un popolo alle volte fin troppo formale, come talvolta succede nei locali di salsa, a volte fin troppo esplicito, come succede in quei locali, frequentati per lo più da giovanissimi, dove a farla da padrone è un ballo ad alta connotazione erotica come il reggaeton. Chi è il portoricano? Credo che non esista in realtà un portoricano medio. Per capirlo, per comprenderlo, lo devi accettare così com’è, nelle sue differenti anime che non seguono a volte neppure u un filo logico. Pur non vivendo una condizione sociale disperata, anche a Puerto Rico (come molti paesi dell’America Latina) le differenze sociali sono infatti fortissime e la vita di un “barrio” o di un “caserio” (case popolari costruite dal governo, spesso ricettacolo della malavita e dei boss della droga) non può essere paragonata a quella che si vive nelle ville di stile hollywodiano o nei condomini di lusso del Condado o di Isla Verde. In realtà proprio approfondendo il suo complesso sistema sociale che possiamo riuscire a capire meglio le radici, le origini della loro musica.

Come racconto nel mio recente libro “Salseando y bailando”: “Il carattere introverso dei portoricani potrebbe in qualche modo essere spiegato analizzando la storia politica di questo paese. Puerto Rico per quattrocento anni è stata dominata dagli spagnoli e quindi profonda è la radice ispanica nell’isola, al punto che ancora oggi la lingua ufficiale dell’isola è lo spagnolo. Molti sono convinti che Puerto Rico sia una nazione bilingue. In realtà l’inglese è parlato essenzialmente dagli operatori turistici. La popolazione locale è per la maggior parte di discendenza europea. Scarsa infatti, se paragonata alle altre isole del Caribe, è la presenza di popolazione di origine africana, in quanto nell’isola la coltivazione della canna da zucchero è sempre stata limitata e di conseguenza inferiore è stato il numero di schiavi di colore importati dall’Africa.

Dal 1897, dopo la guerra ispano-americana, Puerto Rico passa sotto l’ala protettrice degli Stati Uniti e a poco a poco incomincia a subirne l’inevitabile influenza. Nel 1917 i portoricani ottengono persino la cittadinanza americana ma solo nel 1948 Puerto Rico vede riconosciuto il suo attuale status quo. Da quell’anno l’isola vive una condizione politica molto speciale: quella di Stato Libero ed Associato. In realtà si tratta di uno stato giuridico unico al mondo, in quanto Puerto Rico non si può considerare una colonia, ma allo stesso tempo non è né uno stato libero, né uno stato a tutti gli effetti parte integrante del territorio americano. I portoricani, sebbene abbiano una loro bandiera ed un loro parlamento, non hanno diritto al doppio passaporto, sono a tutti gli effetti cittadini americani, prestano servizio militare nell’esercito americano e non hanno bisogno del visto per viaggiare attraverso gli Stati Uniti. Questa speciale condizione ha favorito, a partire dagli anni ‘40 una massiccia immigrazione, causata dalla povertà dell’isola che, a parte, l’agricoltura non ha mai goduto di grossi supporti economici. Le statistiche ci dicono che Puerto Rico è oggi un’isola di quattro milioni di abitanti, ma si calcola che nella sola New York vivono oltre un milione di portoricani.

Puerto Rico per anni afflitta dalla situazione terzomondista, tipica di tutte le nazioni del Caribe, nell’ultimo decennio è riuscita a risollevarsi dalla sua povertà grazie ai massicci flussi di denaro provenienti dal governo federale di Washington, ma anche grazie alla florida industria del turismo (la prima del Caribe). A fianco degli strati più poveri della società è quindi sorta una nuova borghesia che ha almeno in parte raggiunto il livello dei ricchi cugini americani. Tutto questo ha favorito certamente l‘avanzamento culturale ed economico di tutta la nazione ma, come era inevitabile, ha anche in parte snaturato la sua vocazione e le sue radici culturali. Oggi quello portoricano è un popolo diviso che attraversa una profonda crisi di identità incapace di scegliere tra l’eredità ispanica e le sirene della cultura yankee, sebbene le nuove generazioni si riconoscono certamente di più in personaggi come Richy Martin e Jennifer Lopez (prodotti tipici di questa transculturazione) piuttosto che negli esponenti della vecchia guardia salsera.

Politicamente parlando i tre partiti principali sono il Partito Neo Progressista che auspica da tempo e a gran voce la definitiva annessione agli Stati Uniti d’America; il Partito Popolare che invece difende lo status quo, ovvero la condizione di Stato Libero ed Associato; infine c’è il partito più piccolo, quello indipendentista, che nell’indifferenza generale reclama la completa autonomia. Proprio nel 1998 c’è stato l’ultimo plebiscito che ha chiamato il popolo portoricano a scegliere tra queste tre opzioni. Ancora una volta hanno vinto quelli che desiderano conservare l’attuale status quo, in palese contraddizione con gli ultimi riscontri elettorali dove invece la vittoria era andata a quelli che desiderano l’annessione agli Stati Uniti.

Questa contraddizione in realtà nasconde una logica precisa. L’attuale generazione non vuole ancora l’annessione completa agli Stati Uniti ma trova opportuno mandare al governo proprio quelli che con gli Stati Uniti hanno migliori rapporti, per trarre il maggior vantaggio da questa situazione. A dire il vero lo spirito indipendentista va al di là di quel misero 5% ottenuto nell' ultima consultazione elettorale, ma la maggior parte dei portoricani non vuole l’indipendenza perché ha il terrore di fare la fine del popolo cubano (ed il partito indipendentista non ha mai nascosto le sue simpatie per l’esperienza di Castro). Ironia della sorte la bandiera portoricana è uguale a quella cubana, semplicemente con i colori invertiti: blu e rossa per quella cubana, rossa e blu per quella portoricana. Pochi sanno, nella stessa Puerto Rico, che ai tempi della rivoluzione per l’indipendenza cubana molti patrioti portoricani andarono a combattere, in nome della libertà, il comune nemico spagnolo. Al ritorno in patria decisero di adottare la bandiera dei fratelli cubani, solo con i colori invertiti. Questo fatto dovrebbe da solo bastare a dimostrare i sentimenti di fratellanza tra i due popoli. Non a caso il grande poeta cubano Martì ha scritto in un suo poema che: “Cuba e Puerto Rico sono le ali di uno stesso uccello”. Oggi Puerto Rico è una nazione (vista con gli occhi di un europeo) profondamente americanizzata, più simile a stati come la Florida e la California che a isole caraibiche come Cuba e Santo Domingo.

Anche dal punto di vista architettonico, a parte la zona coloniale, risente eccessivamente dei modelli americani, mentre culturalmente parlando vive una profonda simbiosi con gli Stati Uniti d’America, grazie anche al contributo devastante dei mass media e dei grandi network. “

Per il pubblico italiano Puerto Rico continua a non avere un grande fascino. Le ragioni sono tante. La colpa in primis è degli stessi portoricani che non fanno niente per attirare il turismo europeo. Pensate: l’anno scorso hanno visitato l’isola almeno un milione e mezzo di turisti. Ebbene di questi turisti solo 33.000 venivano dal Vecchio Continente. Di conseguenza anche le offerte turistiche sono mirate soprattutto al gusto del turista americano. Nell’isola infatti non ci sono villaggi turistici (che piacciono tanto invece agli italiani) e non ci sono nemmeno quelli situazioni da turismo di massa che piacciono tanto agli amanti delle vacanze trasgressive o a sfondo sessuale (vedi Santo Domingo, Cuba, Brasile o Tailandia). Eppure l’amante della salsa e della cultura che esprime troverebbe a Puerto Rico una infinità di sorprese. Ma per trovare il frutto del suo desiderio non dovrebbe frequentare i luoghi turistici, dovrebbe addentrarsi al contrario nella “calle” portoricana. In quella strada, talvolta durissima, dove nasce il vero spirito “cocolo” (plebeo) di questa gente. Gente umile, proletaria che purtroppo (per noi) non si veste con sgargianti camicie a fiori, che non va in giro in bikini o gonnellino di banane e che spesso vive o frequenta posti dove un italiano molte volte non accetterebbe nemmeno di mettere piede Se vuoi capire la vera anima salsera di questo popolo è però in quei posti che devi andare. Devi ritrovarti in una delle loro tante feste patronali, impregnate dall’odore dei loro fritti preferiti (pinchos, alcapurrias, bacalao), fermarti a ballare per la strada insieme a loro o ad ascoltare la musica magari di un Moncho Rivera (nipote dello scomparso idolo locale Ismael Rivera), insieme al quale il popolino ripete a memoria le parole di canzoni (per noi sconosciute) che qui hanno contraddistinto un’epoca. E tra le loro bancarelle, nella semplicità delle loro luminarie, nella spontaneità di quei sorrisi che devi cercare “las caras lindas de mi gente negra”, (come direbbe il compositore e poeta boricua Tite Curet Alonso, anche lui purtroppo recentemente scomparso), ovvero l’anima popolare di questa gente così lontana dalla nostra cultura borghese.

 Enzo Conte

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