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CUBA, TRA PASSATO E PRESENTE
di Enzo Conte

Cuba ha sempre fatto parte dell'immaginario collettivo: un piccolo paradiso terrestre dove realtà e utopia si danno idealmente la mano. Ho sempre ammirato molto questa terra, soprattutto per l’eroica resistenza del suo popolo, tesa a difendere con i denti la sua indipendenza e la sua autonomia culturale. Ci sono stato la prima volta all’alba degli anni’ 90. La mia speranza era quella di trovare un’isola che, nonostante i suoi gravi problemi sociali ed economici, fosse un delirio di balli, canti e musica tropicale. Le cose, all’epoca, non stavano proprio così. Se gli anni ‘60 e gli anni ‘70 erano stati vissuti dal popolo cubano con impeto rivoluzionario, gli anni ‘80 avevano visto il morire di tante speranze legate a quella rivoluzione.

Paradossalmente, la crisi economica e morale di quegli anni aveva spinto le nuove generazioni a covare una latente avversione contro il regime e ad accogliere con simpatia tutte quelle espressioni culturali provenienti dall’odiato continente americano. Le uniche resistenze a questa invasione americana venivano dalla canzone a sfondo politico ad opera di Pablo Milanes e Silvio Rodriguez (esponenti di quella che sarà battezzata la nuova trova cubana), dal jazz latino del gruppo Irakere, capitanato dal grande pianista Chuco Valdes e da qualche gruppo di salsa della vecchia guardia come ad esempio Los Van Van, Adalberto Alvarez, i Dan Den del pianista Juan Carlos Alfonso e gli N. G. la Banda. Ricordo ancora le risa di scherno dei miei amici cubani a cui chiedevo dove era possibile andare a ballare il mambo e il chachacha. Per loro quella era musica vecchia, o meglio la musica dei loro genitori. All’epoca le discoteche alla moda erano in pratica due: La Marina Hemingway e il Commodoro. Entrambe erano frequentate da giovani jineteras (letteralmente cavallerizze) che per pochi dollari offrivano la loro compagnia (e volendo anche qualcosa di più) ai pochi turisti (in prevalenza italiani) che a quei tempi si avventuravano all’Habana.

L’unico locale che continuava a proporre musica cubana era il Salon Rosado della Tropical che però veniva considerato ad alto rischio ed era difficile per un turista avventurarsi da solo alla ricerca dell’autentica “cubania”. Eppure, nonostante l’iniziale delusione, quel mio primo viaggio ha lasciato in me un ricordo indelebile. Così scrivevo sul mio primo libro “Salsa, il Tropico dell’Anima” a proposito di quella esperienza: “Una vacanza a Cuba é una sensazione affascinante, una di quelle esperienze umane che servono a far riflettere sul senso della vita, sui guai del consumismo sfrenato, ma anche sulle enormi difficoltà di mettere in pratica le teorie marxiste.” Di quel mio primo viaggio all’Habana, ricordo in particolare la latente malinconia che si respirava nell’aria. Un’atmosfera che mi aveva ricordato molto da vicino quella dei paesi dell’est del blocco comunista e che contrastava apertamente ad esempio con l’atmosfera che si respirava in una nazione (forse ancora più povera) come Santo Domingo, dove però la popolazione nonostante i suoi problemi e le privazioni quotidiane non aveva ancora perso la voglia di sorridere.

Molte erano indubbiamente le conquiste ottenute dal regime castrista in quegli anni: l’abbattimento delle baraccopoli, l’alfabetizzazione di massa, l’assistenza sanitaria gratuita. Nonostante queste conquiste, la maggior parte dei cubani sembrava aver perso la fiducia nel domani ed il sogno delle nuove generazioni sembrava essere quello di lasciare il paese e di andare a vivere a Miami o nel vecchio continente. Eppure quanta umanità c’era ancora tra quella gente! Quanta semplicità, quanta gentilezza, quanta bontà d’animo! Le persone ti aprivano le loro case, ti invitavano a dividere con loro quel frugale pasto fatto di riso, fagioli e un po’ di polenta. Tutto ciò senza chiederti in cambio niente, solo per il piacere di fare quattro chiacchiere con te, per sapere cosa succedesse nel vecchio continente o come fosse la vita in Italia.

Paradossalmente proprio il turismo è stato la chiave di svolta che ha permesso il rifiorire della musica cubana. Negli anni ‘90 paesi come Spagna e Italia, non a caso i principali serbatoi del turismo cubano, assistono all’esplosione della salsa. Una grande massa di turisti in caccia di avventure e di sogni tropicali si riversa così sull’isola, dove incomincia a reclamare a viva voce la sua buona dose di salsa. Pressato da quelle richieste, il governo castrista finalmente si convince che non bastano più i lustrini del Tropicana e decide così di aprire nuovi locali rivolti esclusivamente agli amanti della musica cubana. Nascono così locali come “El café cantante” o “La casa della musica”, mentre dalle ceneri del cabaret del’Hotel Riviera sorge quello che pomposamente sarà ribattezzato “El palacio de la salsa” (oggi purtroppo chiuso, a causa dei problemi legati alla prostituzione). Questi locali ospitano a turno le migliori band cubane e favoriscono contemporaneamente la nascita di nuove formazioni musicali. Cominciano ad aprire anche le prime scuole di ballo e tutta l’Habana sembra percorsa una ventata di rinascimento musicale.

Negli ultimi anni Cuba é profondamente cambiata. Il turismo ha sicuramente contribuito a farla uscire dal suo guscio, anche se allo stesso tempo ha fatto esplodere parecchie contraddizioni sociali che ne minacciano il futuro. I tanti turisti che si avventurano oggi all’Habana rimangono però a volte delusi, perché sostengono che a Cuba si balla sicuramente meno salsa che in Italia. Questa affermazione é in parte condivisibile ma a questo punto bisogna fare dei doverosi distinguo. Prima di tutto bisogna sottolineare che quello che sta accadendo in Italia ha qualcosa di inverosimile: infatti in nessun paese al mondo (con l’eccezione forse di New York e della colombiana Cali) si balla salsa sette giorni alla settimana. In secondo luogo non bisogna dimenticare che il cubano non ha sicuramente la possibilità né i mezzi economici per andare a ballare tutte le sere. Di conseguenza i locali dell' Habana sono frequentati quasi esclusivamente dai turisti e questo non può certamente darci il metro della febbre salsera a Cuba. Eppure per conoscere meglio la sua “anima rumbera” basterebbe andare almeno una volta al Salon Rosado della Tropical, dove normalmente si danno il cambio le più grandi band cubane.

Il Salon Rosado si trova nel quartiere Playa, non lontano dal celebre Tropicana. É sempre stato il luogo preferito della gioventù cubana e sicuramente, fra tutti i locali dell' Habana, é quello più autentico. Gli stessi cubani lo considerano un posto piuttosto pericoloso. A volte i fumi dell' alcol possono infatti provocare qualche rissa, ma se non si é in cerca di guai non è difficile evitarli. In ogni caso, coloro che conoscono bene questa isola, sanno che oggi, al di là dei tanti problemi sociali, c’é sicuramente una profonda identificazione tra il popolo cubano e la sua musica. Molti giovani, anche se attratti dalla musica americana, non rimangono insensibili al fascino della timba e questo grazie anche al fatto che i testi delle canzoni dei nuovi gruppi cubani sono molto vicini ai temi della vita di tutti i giorni e ai sogni e i desideri delle nuove generazioni.

A noi, infine, non resta che visitarla questa isola, osservarla con occhi scevri da pregiudizi, pronti ad amarla ed accettarla per quello che è... così come fa un uomo innamorato con la sua donna.

Enzo Conte

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