COLOMBIA, LE DIVERSE ANIME DEL CARIBE
di Enzo Conte
Attorno alla Colombia esiste ancora
oggi una fitta cortina di mistero. Per molti rimane la patria
della droga e del narcotraffico, una terra inospitale dove continua a
imperare la guerriglia. Un’immagine distorta che non
corrisponde affatto alla bellezza di questo paese che al contrario
offre una quantità incredibili di attrattive sia naturalistiche che
culturali.
Quello colombiano è un popolo
aperto e cordiale, che se trattato col dovuto rispetto, non lesina mai
la sua amicizia. In questo paese multietnico, infatti, razze
diversissime convivono pacificamente e incrociandosi fra di loro danno
vita a dei miracoli della natura spesso spettacolari.
Certo il problema della droga
esiste. L’estrema povertà dei campesinos locali, l’immensità del
territorio, la mancanza di vie di comunicazione, la spietata
ingordigia dei narcotrafficanti hanno favorito l’estensione del
fenomeno e ne hanno ostacolato la repressione.
Anche il fenomeno della guerriglia
esiste, è vero, ma è relegato ad alcune zone impervie dell’interno.
La democrazia, nonostante le connivenze dei suoi politici, sembra
ormai aver messo radice nel paese e le immense ricchezze del
territorio lasciano sperare in un futuro migliore per la martoriata
nazione tanto amata dal grande Bolivar.
La
prima tappa obbligatoria di un viaggio in Colombia è Bogotà,
una immensa metropoli situata su un altipiano alle pendici della
Cordigliera delle Ande. A dispetto delle aspettative, si tratta, con l’eccezione
del vecchio quartiere della Candelaria, di una città modernissima,
caratterizzata da altissimi grattacieli, ai quali si affiancano le
immancabili baracche dei quartieri popolari. Interessantissimo è
però il miscuglio di razze presenti nella metropoli.
Bogotà possiede una discreta
vita notturna, concentrata soprattutto in un’area piena di
localini e ristoranti conosciuta come Zona Rosada. Scarsa è
però la presenza della salsa soppiantata da altri ritmi di origine
locale. Per trovare vagoni di salsa bisogna recarsi invece a Cali,
la capitale della Valle del Cauca.
Come ogni mussulmano che si rispetti
deve andare almeno una volta nella vita alla Mecca, ogni salsero che
si rispetti dovrebbe fare almeno una volta nella vita un
pellegrinaggio in questa città, magari nel periodo della famosissima
Feria
di Cali, che riunisce le più importanti orchestre salsere del
mondo. La città non offre delle particolari attrattive turistiche ma
è alla sua intensa attività notturna che deve la sua fama
mondiale. Incredibile è il numero di discoteche, di autentici salsodromi,
di locali, di bar, di taverne in cui i calegni si riuniscono per dare
sfogo alla sfrenata passione per il ballo, da cui sono da sempre i
riconosciuti maestri.
Così, lo scrittore
colombiano Alejandro Ulloa, autore della monumentale opera “La
salsa en Cali”, ci descrive l’amore dei suoi concittadini per
la salsa ed in particolare per il ballo:
“Il ballo non si inventò a Cali,
perché dappertutto si balla, sebbene non nella stessa maniera e con
la stessa intensità. Però qui si è trasformato in una ragione di
vita. In questa città è nata la categoria dei ballerini
professionisti. Persone che non necessariamente vivono del ballo ma
che vivono per esso.”
Un altro grande scrittore
colombiano, José Arteaga, nella sua opera “La salsa” ci
segnala che:
“ Il ballo della salsa nacque
dalla cosiddetta “Escuela de Cali”, nella quale si ballava con
passi acrobatici e piroette degne di un ginnasta. Nacque dalla mano di
uomini-spettacolo come Carlos Paz, soprannominato “El resorte
colombiano”, e Watussi, il più popolare di tutti, che ebbe per anni
Maria come sua compagna di ballo e per qualche tempo anche Magnolia”.
E’
doveroso ricordare anche la bella Amparo Arrebato, considerata
una delle ballerine colombiane più brave e rappresentative, alla
quale Richie Ray e Bobby Cruz dedicarono, negli anni ‘60, l’omonima
canzone, che ebbe in tutta l’America Latina uno straordinario
successo.
C’è in ogni caso da rilevare che,
a partire dagli anni ‘80, l’esplosione della salsa romantica ha
molto cambiato le abitudini locali e provocato la nascita di un
ballo estremamente erotico che ha lasciato nel cassetto le
straordinarie evoluzioni del passato. Le nuove generazioni hanno
finito col cancellare dal loro repertorio le figure e i volteggi
tipici della tradizione calegna per concentrarsi nella creazione di
nuovi passi, che come nel caso del cañandonga, non fanno in tempo
a diventare di moda che subito vengono sostituiti da un altro passo
creato dall’inventiva dei ballerini locali.
Nonostante il cambiamento dei gusti,
la salsa continua a suscitare in questa città incredibili
entusiasmi. Basta recarsi ad esempio a Juanchito, uno dei
quartieri più popolari della città per rendersene conto. Qui ai
bordi del fiume Cauca sorgono le più famosi cattedrali salsere che
rispondono ai nomi di Chango, Agapito, Parador, Don José. A questi
mitici locali vanno aggiunte le altri cattedrali sparse per la città
come Siboney, Cristal, Los Compadres, Cañandonga, Rumbavana,
Escondite, Jirafa roja, affollate soprattutto nel fine settimana.
Attenzione però ad andare nelle
discoteche di Cali sempre in compagnia. In alcune infatti non è
ammessa l’entrata per i single e fate attenzione, voi astemi,
perché nelle discoteche di Cali si serve solo puro alcol. Se avrete l’ardire
di chiedere un succo di frutta vi guarderanno alla pari di un
marziano.
Interessante è anche il rituale
al quale si assiste nelle discoteche calegne. Per prima cosa è
praticamente obbligatorio sedersi ad un tavolo. Non è infatti
permesso circolare liberamente per la discoteca. Dopo aver ordinato la
consueta bottiglia di whisky, vodka o aguardiente, si dà finalmente,
tra un bicchiere e l’altro, il via alle danze, quasi sempre con
la stesa dama. I deejay non sono abituati a mixare i dischi. Finita
una salsa le coppie ritornano ai loro tavoli per poi ributtarsi in
pista al brano successivo.
Un altro centro salsero importante
è Buenaventura, l’attivissimo porto sulla costa pacifica,
interessante per il suo ricchissimo folclore, sicuramente meno per le
sue bellezze naturali. Bellissima e selvatica è al contrario il resto
della costa pacifica. Una costa praticamente disabitata un po’ per
mancanza di vie di comunicazione, soprattutto a causa della diffusione
della malaria.
Decisamente
più ospitale ed intrigante è la città di Cartagena, situata
sulla costa atlantica, che può vantare una delle cittadelle coloniali
meglio conservate del nuovo continente. Intensa è la vita notturna
con un’offerta molto varia ed interessante. Bellissima è poi l’abitudine
di ritrovarsi alla chiusura delle discoteche sulla spiaggia dove si
continua a ballare al chiar di luna, al ritmo di improvvisate
orchestrine locali. Molto popolare in questa città è il vallenato,
un tipico prodotto del folclore locale, rilanciato dal cantautore
colombiano Carlos Vives con la sua famosissima “Gota fria”.
Assolutamente da visitare sono
infine le isole del Rosario, la bella città di Santa Marta, il
parco degli indigeni Tayrona e la bellissima isola caraibica di San
Andres con le sue originali influenze reggae. Il felice matrimonio tra
la salsa e il ricchissimo folclore locale ha fatto sorgere in Colombia
un tipo di musica molto particolare ed interessante che racchiude in
sé le diverse anime del Caribe.
Fra gli artisti colombiani più
popolari ricordiamo: Fruko y sus Tesos, il Gruppo Niche,
Joe Arroyo, Checo Acosta, il gruppo Guayacan, l'orchestra Los
del Caney, la compositrice e cantante Mimì Ibarra, il Grupo Galé, la
Sonora Carrousel, il gruppo Raices, Alberto Barros y Los Titanes, La
Sonora Dinamita, l’orchestra Sabrosura, il gruppo Los Niches,
Alfredo de La Fè (un violinista cubano trapiantato in Colombia) e i
romantici Galy Galiano e Jerry Galante (un cantante ormai da tempo
radicato nella Grande Mela). Da ricordare infine Alex Murillo Londono
y Los Nemus del Pacifico che sono i maggiori interpreti del son
colombiano.
Enzo Conte
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